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La salamandrina dagli occhiali: un incontro (quasi) inaspettato sul Reventino

Salamandrina terdigitata, Reventino (foto A. Mantuano)

Mentre passo accanto la vecchia cona all’inizio del sentiero che da Feroleto Antico sale su verso le frazioni di Forestella, Scarpelli, Giacinti, Marcantoni, mi fermo per ascoltare il tik-tik metallico del pettirosso che ci terrà compagnia fino a tutto l’inverno venturo. Stamattina il cielo è ancora coperto e il Sole stenta a comparire, dopo la pioggia di ieri. Quando ci sono le condizioni atmosferiche come quelle di oggi sento in modo particolare  il richiamo dei luoghi vicino casa. I luoghi del cammino di oggi. I luoghi, già lo so, che saranno quelli di tutta una vita.

Passo a fianco di un muro a secco che contorna un vecchio e argentato uliveto che digrada verso il basso, qualche albero di fico, mentre nei punti marginali alcuni sorbi domestici, arbusti di mirto, di erica e giovani piante di biancospino completamente privi di foglie ma carichi dei piccoli frutti rossicci. A monte, lungo il margine del bosco di lecci e sughere contenuto da un muro in pietra, un lungo filare di verdi corbezzoli carichi di frutti rossi o arancio e di grappoli di fiori bianchi: tutto concorre a formare il giardino di un paesaggio agrario mediterraneo antico, frutto del lavoro dei contadini di questo angolo di mondo. 

Il sentiero, superato l’uliveto, cambia aspetto: cammino sulla roccia nuda di cui è fatta questa piccola montagna, il monte Dondolo, sulla dorsale orientale del Reventino. Lecci e corbezzoli cresciuti su una lunga lama di roccia che caratterizza per un tratto questa cava,fanno ombra su di me. Mi fermo per scattare qualche foto ad alcuni piccoli funghi cresciuti vicini e che danno vita a curiose ed  effimere formazioni. Altre volte, da qui, ho ripercorso l’antica via utilizzata un tempo dagli abitanti di Feroleto per recarsi a piedi o a dorso d’asino a Serrastretta.    

Oggi sono qui per vedere e fotografare la vita che si manifesta in questo particolare periodo dell’anno, dopo alcuni giorni di pioggia. Noto un accenno di sentiero tra i lecci e le sughere di un valloncello. Decido di entrare nel bosco. Se non ci fossero le sughere e qualche roverella sarebbe una cupa lecceta. Quindi c’è una certa luminosità. Sui tronchi scuri crescono vellutati e lucenti muschi verdi imbevuti di acqua. Su alcuni sembra essere caduta una luccicante polvere magica, una polvere di stelle. Mi avvicino per guardare meglio e capisco che sono minuscoli funghi bianchi appena spuntati.

L’accenno di sentiero sul quale mi trovo, in realtà deve essere solo un pista di passaggio degli animali selvatici. Sulle montagne del Reventino vivono grandi mammiferi come il capriolo e il lupo. Cinghiali, gatti selvatici, volpi, faine, tassi, istrici, piccoli roditori, potrebbero essere i frequentatori abituali e notturni di questo bosco mesofilo, e cioè fresco e umido. Suppongo che non vedrò alcuno dei mammiferi che ho appena elencato, tranne forse qualche cinghiale che ha abitudini anche diurne. 

Odoprovenire dal lato più a valle il tipico fragore dei torrentelli che incidono ipunti più ripidi di queste montagne, dando vita a forre fluviali in alcunitratti molto profonde. Il mio pensiero ritorna alla fauna. Alle manifestazionidella vita animale nel bosco in cui mi trovo: qui ci sono le condizioni idealiche permettono la vita di un piccolo anfibio. Sul terreno umido e ricoperto dinere foglie marcescenti noto il cappello di un fungo la cui forma a conchigliaricorda una piccola acquasantiera. Mi avvicino per fotografarlo. Faccio uno scatto. Nel ritirarmi da lui  percepisco con l’occhio sinistro, al margine del mio campo visivo, la forma sulla lettiera di qualcosa di diverso dalle foglie o dai rametti di legno. È la salamandrina dagli occhiali, il piccolo anfibio che avevo presagito di incontrare pochi istanti prima di fermarmi per fotografare il fungo. Sforzo di ricordarmi se la sua presenza sul Reventino fosse stata documentata prima d’ora. Sono certo di no. La prima volta che la vidi fu verso la fine di un ottobre di sette anni fa.  Me la mostrò Francesco Bevilacqua, il cercatore di luoghi perduti al quale in questa vita è stato assegnata, tra le altre cose, anche la missione di svelare a noi tutti, attraverso il cammino,la scrittura e la fotografia, la bellezza autentica e sconosciuta della natura e del paesaggio calabrese. Eravamo in uno dei luoghi più angusti e lontani della valle del fiume Argentino, tra i selvatici ed estesi monti dell’Orsomarso. Ma da oggi so, con grande meraviglia, che la salamandrina dagli occhiali vive anche qui, in questo piccolo recesso del Reventino, in un luogo che posso raggiungere dopo avere camminato per pochi minuti una volta uscito da casa.

La salamandrina terdigitata, questo è il nome scientifico, è una specie endemica degli appennini italiani, ciò vuol dire che vive solo in Italia,  Durante il giorno vive in fessure scavate nel terreno e predilige la notte per uscire. Ha il dorso nerastro e una trattino cuneiforme biancastro tra gli occhi sporgenti forse per spaventare  i predatori nemici. Il ventre è bianco con striature nere nella parte centrale, mentre il resto presenta una vivace colorazione rossa che mostra ai predatori in caso di attacco; è rossa anche la coda, in modo particolare la parte inferiore. Durante la stagione riproduttiva depone le uova nell’acqua ossigenata e pulita dei ruscelli. E’ considerata un utile indicatore biologico in quanto può vivere solo in ambienti in buono stato di conservazione. Essendo una specie che ha un alto valore conservazionistico è inserita negli allegati II e IV della Direttiva Habitat, il principale strumento comunitario per la salvaguardia della biodiversità e degli ambienti naturali. A livello europeo, inoltre, è considerata a rischio di estinzione.

 La popolazione di salamandrina dagli occhiali e l’habitat ad esso associato conferiscono ulteriore unicità e prestigio al gruppo montuoso del Reventino. Mi trovo infatti in un bosco adulto che è stato un luogo probabilmente fino a mezzo secolo e cioè fino a quando è stato frequentato e sfruttato da contadini,pastori, boscaioli, carbonai. Al successivo abbandono di questo come di altri luoghi da parte degli uomini, è seguito,negli anni, la ricomparsa degli habitat naturali in grado di accogliere e di consentire il perpetuarsi di ogni manifestazione della vita selvatica, animale e vegetale. Ma questo fragile microcosmo corre il rischio potenziale di essere gravemente compromesso da attività umane invasive e distruttive. Si pensi per esempio a un taglio scriteriato del bosco o al passaggio di mezzi motorizzati. Credo pertanto che sarà necessario sempre di più continuare a diffondere una cultura e una coscienza ecologica, ambientale, paesaggistica, in modo che tutti possano essere in grado di intraprendere le giuste azioni di salvaguardia e di tutela nei confronti della natura, di un luogo, del paesaggio nel momento in cui si ha conoscenza di qualche forma di aggressione nei loro confronti.

di Alessandro Mantuano

di: Alessandro Mantuano

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