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Quel che rimane dei PIR dopo il boom del 2018

Il 2018 è stato un anno particolare per i PIR, lo strumento pensato dallo Stato italiano, ed introdotto dalla Legge di Stabilità del 2017, per favorire le piccole e medie imprese e provare in questa maniera a stimolare il rilancio dell’industria nazionale. Dopo una buona partenza e un picco di raccolta di capitali decisamente interessante, l’ultimo trimestre ha visto una caduta significativa, che nel 2019 ha conosciuto una solo parziale inversione di tendenza. Come è stato possibile che ciò si verificasse? Problemi strutturali o scarsa attenzione da parte del legislatore?

40 miliardi raccolti in due anni, poi per i PIR si è fatto buio. Colpa, secondo le società di gestione del risparmio, che hanno vissuto in trincea questi due anni, dei vincoli introdotti con l’ultima legge di Bilancio. Andiamo con ordine. I PIR prevedono una serie di requisiti, che vanno dall’obbligo di investire il 70% del portafoglio in società radicate in Italia (non necessariamente italiane), a quello di investire il 30% di questo 70% in società a media capitalizzazione. L’intento era tutt’altro che bizzarro. In tal modo, lo Stato puntava ad indirizzare gli investimenti dei piccoli risparmiatori verso le aziende che più avevano sofferto la decennale recessione.

In Europa non mancavano esempi virtuosi che marciavano nella medesima direzione. In cambio, vi era una totale detassazione per chi avesse mantenuto il suo Piano per almeno 5 anni. I limiti e i rischi legati ai Piani Individuali di Risparmio erano tuttavia emersi fin da subito. Mercato volatile, a scarsa trasparenza e scarsissima diversificazione geografica, caratterizzato da una ridotta esperienza della platea, essendo quest’ultima costituita perlopiù da lavoratori e pensionati con poca o nessuna conoscenza dei mercati finanziari. Ma soprattutto, un mercato molto piccolo correva il rischio di diventare asfittico non appena gli investimenti avessero cominciato ad accumularsi. Detto, fatto. A rendere il quadro più fosco, infine, gli ulteriori paletti fissati dal legislatore, che prevedono che il 3,5% del pacchetto vada investito in società di venture capital e un altro 3,5% indirizzato invece in piccole e medie imprese quotate in mercati non regolamentati. In Italia, parliamo di realtà davvero molto liquide, che andranno inevitabilmente a rendere assai complicata la gestione dei portafogli da parte delle società.

D’altra parte, va giustamente messa in rilievo la comparsa, anche sul mercato italiano, degli Eltif, battezzati impropriamente PIR europei. Prodotti pensati direttamente dall’Unione Europea, gli Eltif mirano a riprodurre sul mercato continentale le finalità ricercate nei mercati nazionali con gli analoghi dei PIR. I parametri dell’investimento sono abbastanza simili a quelli dei PIR, ma la natura di fondi chiusi rende gli ELTIF prodotti meno soggetti a volatilità. L’altro lato della medaglia, tuttavia, è l’assenza dei benefici fiscali.

Per ora l’accoglienza sul mercati italiano non è stata caratterizzata né da eccessivo entusiasmo né da eccessivo scetticismo. E’ chiaro, comunque, che la partita dei PIR non possa essere archiviata in questa maniera. Le società di gestione del risparmio stanno facendo pressione affinché il legislatore riveda alcuni dei passaggi verificatisi negli ultimi mesi. Un maggiore coinvolgimento nei confronti di chi i PIR li ha creati e coccolati sarebbe, forse, una buona idea per un vero rilancio.

di: La redazione

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